sabato 9 giugno 2012

La scomparsa di Roberta Ragusa: il giallo della chiamata interrotta

Roberta Ragusa, scomparsa da San Giuliano Terme

La notte del mistero, quella fra il 13 e il 14 gennaio quando scomparve Roberta Ragusa, Antonio Logli e Sara Calzolaio si sono sentiti telefonicamente tre volte e non due come si era sempre sentito dire (la prima brevissima - come se fosse caduta la linea - e la seconda più lunga).
Ma il particolare importante non è solo il numero delle comunicazioni intercorse tra i due amanti, bensì l’orario e la durata. L’orario è compreso fra le 23 e le 0.15, mentre la durata complessiva delle prime due telefonate è di circa un’ora, mentre l’ultima (appunto poco dopo la mezzanotte, un orario che sfora leggermente rispetto a quello in cui Logli ha riferito di essere andato a letto) è stata brevissima.
Per quale motivo? Probabilmente non perché la linea è caduta (uno dei due avrebbe potuto richiamare); quella telefonata, invece — più verosimilmente — potrebbe essere stata volutamente interrotta perché non era più il caso di proseguirla.
Ovvero, Roberta potrebbe aver sorpreso il marito mentre stava parlando con l’amante, scoprendo così l’identità della donna con cui Antonio la tradiva. Su quello che potrebbe essere successo dopo (non solo in casa, ma anche nelle immediate vicinanze) è al centro delle indagini dei carabinieri.
L’arco di tempo in cui è forse racchiusa la soluzione del «Mistero di Gello» è dunque circoscritto in poco più di cinque ore: dalle 0.15 alle 5.40, ora in cui un testimone ha affermato che da casa Logli non è uscito né entrato nessuno almeno fino alle 6.30 (alle 6.45, poi, Antonio ha riferito di essersi svegliato).
E sempre a proposito di telefonini sono tre e non due i cellulari che sono stati distrutti. Due sono quelli ‘clandestini’ della coppia, l’altro è quello che Sara usava per comunicare con la famiglia e gli amici. E continuano anche le ricerche sul territorio. Nei giorni scorsi infatti, i carabinieri hanno controllato con l’ausilio dei cani molecolari e il georadar i campi che si affacciano su via dei Gigli, vicino alla casa dei Logli.
Intanto fervono i preparativi per il corteo in programma a Gello per mercoledì. «Il conto alla rovescia è cominciato — afferma Cinzia Guidi, amica e vicina di casa di Roberta, nonché infaticabile organizzatrice dell’iniziativa —, mancano pochi giorni alla manifestazione in occasione della ricorrenza del 5° mese dalla scomparsa di Roberta e lo scopo è quello di tenere alta l’attenzione sulla vicenda e fare in modo che le autorità non archivino il caso fino al ritrovamento di Roberta».

Fonte: La Nazione Pisa

LASCIANO I FIGLI IN MACCHINA PER ANDARE IN SALA GIOCHI: ARRESTATI GENITORI


Avevano chiuso i propri figli, un maschietto di appena un anno e una bambina di 6 anni, nella propria auto lasciata parcheggiata sotto il sole cocente: per questo due genitori, di 42 e 40 anni, sono stati denunciati dai carabinieri del Nor della Compagnia di Lecce per concorso aggravato in abbandono di minori. Ad allertare i militari, che erano in servizio di pattuglia nella centralissima Piazza Mazzini, sono stati alcuni passanti. Mentre le dipendenti di un negozio si davano da fare a tranquillizzare i bambini, che erano intrappolati nell'abitacolo e che per il gran caldo cominciavano ad aver problemi di respirazione, i militari si sono messi sulle tracce dei due genitori e li hanno trovati in una sala Bingo, che si trova nelle vicinanze. Dai primi riscontri, i carabinieri ipotizzano che i piccoli siano rimasti chiusi in auto circa 25 minuti. I due bambini sono stati accompagnati dagli stessi carabinieri, con i genitori, nel reparto di pediatria dell'ospedale Vito Fazzi, dove i medici, dopo una visita, hanno escluso che i piccoli abbiano riportato traumi.

Fonte: Leggo

MELISSA, VANTAGGIATO PIANGE:"CHIEDO PERDONO, SCRIVERÒ AI GENITORI"



«Chiedo perdono»: si è presentato così, in lacrime, Giovanni Vantaggiato dinanzi al gip del Tribunale di Lecce Ines Casciaro, ai pm Guglielmo Cataldi (Dda Lecce) e Milto De Nozza (Procura Brindisi) e al suo legale, l'avv. Franco Orlando, nell'udienza di convalida del fermo per l'attentato di Brindisi del 19 maggio scorso. In poco meno di tre ore di interrogatorio nel carcere di Borgo San Nicola a Lecce, l'imprenditore di Copertino (Lecce) ha confermato la confessione, ha ribadito di aver fatto tutto da solo ed ha aggiunto qualcosa sul movente, cercando di dare una motivazione più plausibile del «ce l'ho con il mondo intero» dichiarato mercoledì scorso, quando è stato fermato. La Procura ha chiesto al gip, che si è riservato di decidere, la convalida del fermo e l'emissione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, nonchè la conferma della ipotesi di reato di strage in concorso con altri con finalità di terrorismo. «Ho fatto un gesto dimostrativo perchè ho subito due truffe e perchè il fatturato negli ultimi anni è diminuito» ha cercato di spiegare Vantaggiato a giudice e inquirenti. Le due truffe subite lo avrebbero fatto andare in bestia: la prima, per oltre 300 mila euro, da un suo cliente, Cosimo Parato, di Torre Santa Susanna (Brindisi), condannato di recente per truffa ad un risarcimento. Ma dopo la sentenza Vantaggiato avrebbe scoperto che Parato non è in grado di restituirgli nulla economicamente. La seconda truffa, per 120mila euro, l'imprenditore l'avrebbe subita da un fornitore di Avetrana. Gli affari avrebbero poi subito un forte ridimensionamento (da quattro milioni di litri a un milione di litri di carburante) da quando era cessato, nel 2003, l'appalto con la Provincia per alcune scuole superiori di Brindisi, tra le quali proprio il professionale 'Morvillò. Tutte circostanze che avrebbero ridotto del 70% il fatturato della sua attività, costringendolo a ridurre da sei ad un solo dipendente l'organico aziendale. Sarebbero stati questi i motivi che hanno spinto Vantaggiato, a suo dire, a compiere un gesto dimostrativo così violento. Scelta non casuale quella della scuola Morvillo Falcone, perchè vicina al Palazzo di giustizia (la sentenza non sarebbe servita a fargli riavere i soldi persi), facile come luogo da raggiungere e dal quale allontanarsi dopo l'attentato, perchè vicino alla superstrada per Lecce. E allora, ha detto oggi nell'interrogatorio, ha acquistato materia prima in tre negozi della provincia di Lecce per preparare polvere pirica ed ha confezionato l'ordigno rudimentale acquisendo le istruzioni da una enciclopedia, alla voce 'esplosivì, facendo anche una prova del 'bottò in una stradina di campagna. In uno dei momenti nei quali è apparso più provato, Vantaggiato ha manifestato la volontà di scrivere una lettera ai genitori di Melissa Bassi, la studentessa sedicenne morta nell'attentato, ed ha rivolto un pensiero alle ragazze rimaste ferite, chiamandole 'bambinè, e alla sua famiglia. «È stato di maggiore collaborazione - ha commentato il procuratore della Dda di Lecce, Cataldo Motta - forse qualche elemento in più c'è, ma a mio avviso resta da indagare, restano dei punti oscuri». Oggi, nel piazzale antistante l'istituto Morvillo Falcone, presenti gli studenti e una delle ragazze ferite nell'attentato, è stata scoperta una targa in memoria di Melissa Bassi. C'è scritto «Per te, per noi, per il futuro. Ciao Melissa». Una frase che servirà a far ricordare sempre la sete di verità e giustizia della gente.

STRAGE AGGRAVATA E TERRORISMO «Quanto dichiarato da Vantaggiato» oggi dinanzi al gip «sembra compatibile» con l'impostazione della pubblica accusa, che ipotizza il reato di strage aggravata da finalità di terrorismo. Lo ha detto il procuratore distrettuale antimafia di Lecce, Cataldo Motta. «Su questa strada - ha aggiunto - abbiamo chiesto al gip la convalida del fermo e l'emissione dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere». In ogni caso «ancora nulla è da escludere. Un fatto così grave - ha detto ancora Motta - non può essere chiarito in così breve tempo. Una persona è stata fermata solo due giorni fa. Secondo me è necessario un approfondimento per evitare che restino punti oscuri, si rischierebbe di non acquisire altri elementi». «È necessario - ha concluso - che l'indagine sia completa».

LACRIME Giovanni Vantaggiato, il 68enne di Copertino che ha confessato l'attentato esplosivo del 19 maggio scorso davanti alla scuola 'Morvillo-Falcone' di Brindisi, è scoppiato a piangere in alcuni momenti dell'interrogatorio avvenuto oggi nel carcere di Lecce dove si è svolta anche l'udienza di convalida del fermo. Al termine dell'udienza, il legale di Vantaggiato, l'avvocato Franco Orlando, non ha voluto rispondere alla domanda dei giornalisti sulla possibile spiegazione del movente da parte del suo assistito.

LA DIFESA Giovanni Vantaggiato dinanzi al gip ha pianto. Lo ha detto il suo legale, avv.Franco Orlando. «L'interrogatorio - ha detto il legale - è stato in alcuni momenti drammatico, il pensiero per la ragazza morta, per le ragazze rimaste ferite, e in particolare un pensiero per la sua famiglia alla quale ovviamente rimane molto vicino»

IL GIP SI RISERVA LA DECISIONE Il gip di Brindisi Ines Casciaro si è riservata la decisione sia sulla convalida del fermo di Giovanni Vantaggiato, sia sull'emissione dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere richiesta dai pm. Lo ha riferito Franco Orlando, legale dell'indagato. Le decisioni del gip potrebbero arrivare già nel pomeriggio o nella giornata di domani.

LA CONVALIDA DEL FERMO Si è appena conclusa l'udienza di convalida del fermo di Giovanni Vantaggiato, l'imprenditore 68enne di Copertino (Lecce) accusato di aver compiuto l'attentato alla scuola di Brindisi nel quale è morta Melissa Bassi e altre cinque ragazze sono rimaste ferite in modo grave. I pm inquirenti, Guglielmo Cataldi e Milto De Nozza, hanno da qualche minuto lasciato in auto il carcere di Lecce, evitando così di rispondere a domande dei giornalisti in attesa fuori dal penitenziario.

L'UDIENZA L'udienza si è tenuta dinanzi al gip del tribunale di Lecce Ines Casciaro. Sono stati presenti per l'accusa il sostituto procuratore della distrettuale antimafia salentina Guglielmo Cataldi e il pm della procura di Brindisi Milto De Nozza. Vantaggiato era difesso dall'avv.Franco Orlando ed è accusato di strage in concorso con altri per finalità di terrorismo.

IL LIBRO DI COELHO Per gli inquirenti, tuttavia, il movente va chiarito, così come deve essere fatta luce su possibili mandanti dell’attentato. Le indagini così proseguono e le perquisizioni nell’appartamento di Vantaggiato si intensificano. Stando alle ultime informazioni, nella sua abitazione è stata trovata anche una copia del libro di Paulo Coelho, “Manuale del guerriero della luce”, con un appunto scritto da Vantaggiato. «Agire subito», si legge tra le pagine del suo autore preferito.

IL PARERE DEL CRIMINOLOGO «Ci sono profili dalla personalità paranoide che tendono a immedesimarsi in personaggi della letteratura fino a sentirsi questi personaggi». Così il criminologo Francesco Bruno commenta all'Adnkronos il fatto che Giovanni Vantaggiato, in carcere per l'attentato alla scuola 'Morvillo-Falconè di Brindisi in cui ha perso la vita la giovane studentessa Melissa Bassi, potrebbe essersi ispirato al libro 'Manuale del guerriero della lucè di Paulo Coelho. «Questo elemento - continua Bruno - la dice lunga sull'aspetto psicologico del Vantaggiato. Mi sono capitati due casi di soggetti che identificandosi con personaggi di libri hanno compiuto atti criminali eclatanti: uno - spiega - uccise il sindaco del suo paese, l'altro la moglie e l'amante della moglie». «Esistono dunque casi di persone che hanno compiuto azioni delittuose immedesimandosi in personaggi letterari. Il fatto che il protagonista del libro di Coelho sia un guerriero - conclude Bruno - chiarirebbe anche perchè Vantaggiato non si sia sottratto alla telecamera, quasi a voler farsi riconoscere, per far vedere a tutti che 'è un guerrierò». Per la criminologa Roberta Bruzzone il quadro «a livello investigativo non è ancora completo. Deve essere chiarito l'aspetto motivazionale, rispetto a cui mancano molte informazioni». «Quello che è chiaro - continua - è che non ha agito d'impulso. È un soggetto lucido, ci vuole tempo per progettare un attentato come quello alla scuola 'Morvillo-Falconè, ha fatto sopralluoghi, ha progettato precisamente come agire». «Non si può escludere - afferma Bruzzone - che possa avere agito di concerto con altre persone, che stia cercando di coprire qualcun'altro».

LEGAMI CON UN ALTRO ATTENTATO Sembra inoltre che tra le prove di colpevolezza non ci siano soltanto i filmati ripresi dalle videocamere di sorveglianza, ma anche segnalazioni sull’indole violenta e pericolosa del killer di Melissa. I documenti sono stati raccolti dai carabinieri di Torre Santa Susanna che, pochi anni prima, avevano indagato (ed intercettato) Vantaggiato per l’attentato subito da Cosimo Parato, che ne uscì ferito. Ora anche questo caso potrebbe riaprirsi.

Fonte: Leggo

BERGAMO, 15ENNE SI GETTA DAL BALCONE: DOVEVA ANDARE IN COMUNITÀ


In preda allo sconforto si è gettato dalla finestra di casa, al terzo piano, perchè non voleva frequentare una comunità, come disposto dal giudice del Tribunale del minori dopo il suo arresto scattato perchè sorpreso a coltivare marijuana. Uno studente di 15 anni, residente in un paese della valle Seriana (Bergamo), è ora ricoverato in prognosi riservata agli Ospedali Riuniti di Bergamo. Martedì il ragazzo era stato arrestato dai carabinieri di Clusone (Bergamo), che lo avevano sorpreso in un campo con 78 piantine di marijuana da lui coltivate. Il minorenne era stato affidato ai genitori in attesa della decisione del giudice, che ha poi disposto di fargli frequentare per quattro mesi la comunità 'Don Milanì di Sorisole (Bergamo). Una decisione che il quindicenne non ha accettato e ieri pomeriggio, mentre era in casa con i genitori, è uscito sul balcone e si è lanciato nel vuoto, facendo un volo di una decina di metri. Nella caduta il corpo è stato in parte frenato da una siepe di lauro, ma la testa ha sbattuto con violenza contro una vicina ringhiera. Soccorso dal 118, è stato portato in ospedale in condizioni gravissime.

Fonte: Leggo

UNA NOTTE SERENA CON LARA - VIDEO


SERENA NOTTE A TUTTI DALL'AMMINISTRATORE DEL BLOG, VI LASCIO IN COMPAGNIA DI LARA FABIAN CON LA BELLISSIMA CANZONE "ADAGIO".GRAZIE E SEGUITE SEMPRE IL BLOG " TUTTO SUL SOCIALE E NON " 

venerdì 8 giugno 2012

CAMILA, 3 ANNI, VEGETALE DALLA NASCITA:"SÌ ALL'EUTANASIA". ARGENTINA CHOC



Camila Sanchez, una bambina di tre anni in stato vegetativo da quando era nata, è deceduta oggi dopo che, per decisione dei genitori, le è stata staccata la spina che la teneva in vita in una clinica di Buenos Aires.
È la prima volta che ciò accade in Argentina da quando, il 24 maggio scorso, il Parlamento ha approvato la legge sulla 'morte degna'. «Il nostro angelo se ne è potuto andare», ha fatto sapere la madre Selva Herbon via Facebook, che ha anche ringraziato i medici che «hanno saputo interpretare la legge sui diritti dei pazienti».
Camila, per iniziativa dei genitori e di vari settori della società, è stata il simbolo della non facile disputa politica per fare approvare tale legge. «Grazie per averci appoggiato in questo processo di dolore e di lotta instancabile», ha appunto specificato la madre - che pur trovandosi nella clinica non è entrata nella stanza dove è stata staccata la spina alla figlia - nel suo messaggio.

Fonte: Leggo

VIA POMA, I GIUDICI D'APPELLO: "NESSUNA PROVA DELLA COLPEVOLEZZA DI BUSCO"

SIMONETTA CESARONI

«Non vi sono elementi per ritenere provata al di là di ogni ragionevole dubbio la penale responsabilità di Raniero Busco» dall'accusa di omicidio aggravato ai danni di Simonetta Cesaroni, uccisa con il 7 agosto 1990 in via Poma. È quanto emerge dalle motivazioni della sentenza della Corte di Assise di Appello. A 42 giorni dalla sentenza della I corte di assise di appello che ha assolto Busco, per non aver commesso il fatto, sono state depositate le motivazioni. Si tratta di 186 pagine in cui il collegio presieduto da Mario Lucio D'Andria (l'estensore della sentenza è Giancarlo De Cataldo) sono spiegate le ragioni per cui Busco non è ritenuto responsabile, così come sentenziato in primo grado (24 anni di reclusione inflitti), per quello che rimane uno dei grandi misteri di cronaca giudiziaria di Roma.

"BUSCO, NESSUN MOVENTE" Non c'è alcuna prova che Raniero Busco avesse un movente per uccidere l'ex fidanzata Simonetta Cesaroni. Lo scrivono i giudici della I Corte d'assise. Tra l'altro si accenna al ritrovamento di «tracce biologiche ed ematiche attribuibili a due diversi soggetti di sesso maschile che non possono identificarsi con Raniero Busco». 
La relazione dei due ragazzi - si legge nelle motivazioni della sentenza - «poteva essere problematica», ma dagli atti processuali e dal dibattimento «non sono emersi atti specifici di violenza commessi dall' imputato in danno della vittima, nè si può affermare che Busco sia portatore di personalità violenta». Inoltre, non c'è prova che fra Simonetta e Raniero «si fosse convenuto di incontrarsi il pomeriggio del 7 agosto presso gli uffici di via Poma, e non vi è nemmeno prova che Busco conoscesse il luogo di lavoro di Simonetta». 
Sull'alibi fornito da Raniero, i giudici scrivono che non vi è prova sia stato un «alibi mendace», essendoci di contro elementi che «inducono a ritenere che egli abbia, sin da subito, ricostruito i movimenti del pomeriggio del 7 agosto in termini sostanzialmente coincidenti con quelli poi emersi nel corso del dibattimento. In ogni caso, si può al massimo parlare di alibi carente ovvero assente, ma non mendace». 

"MORSA? NON CI SONO PROVE" Non vi è prova che in occasione dell'omicidio di Simonetta Cesaroni «le fu inferto un morso». È uno dei 'punti fermì nella sentenza della I Corte d'assise di Roma che ha assolto Raniero Busco dall'accusa di aver ucciso l'ex fidanzata. E, anche qualora - si legge nelle motivazioni della sentenza - «contro l'opinione del collegio peritale, si dovesse ritenere che le lesioni al seno siano da ricondurre a un morso, ancorchè parziale, una sua attribuzione all'imputato Raniero Busco non sarebbe scientificamente sostenibile». 
Per i giudici, Simonetta Cesaroni fu uccisa fra le 18 e le 19 del 7 agosto 1990 (durante le due inchieste sul fatto di sangue l'ora del delitto ha avuto un andamento 'basculantè) e «chi commise il delitto, o altra persona, ripulì accuratamente la scena del delitto», portando via la maggior parte degli indumenti della ragazza. 
Sul reggiseno e sul corpetto «sono presenti tracce di Dna minoritario riconducibili a Raniero Busco», ma «non è provato che le stesse siano state rilasciate in occasione del delitto: non vi è prova che gli indumenti indossati da Simonetta fossero stati sottoposti a lavaggio tale da rimuovere completamente ogni traccia che poteva essersi depositata durante l'incontro che Simonetta Cesaroni ebbe con Raniero Busco tre giorni prima del delitto».

"PROVE NON CONVINCENTI" Già in primo grado i giudici che si sono pronunciati, condannando Raniero Busco, sull'omicidio di Simonetta Cesaroni, si erano soffermati su alcuni punti della vicenda che, a loro dire, il dibattimento non era riuscito a chiarire: adesso i giudici d'appello li fanno propri e rilanciano. Su tutti: «la resistenza della portiera Giuseppa De Luca (moglie del portiere Pietrino Vanacore, suicidatosi alla vigilia della sua deposizione nel processo di primo grado,ndr) a consegnare le chiavi (dell'ufficio di via Poma,ndr) al personale delle Volanti della Questura», ma anche il non giustificabile possesso delle stesse che «erano il mazzo di riserva degli 'Ostellì, e non avrebbero dovuto trovarsi nella disponibilita della donna». 
E poi: il ritrovamento dell'agendina rossa di Vanacore fra gli effetti personali di Simonetta, nonostante lui «aveva sempre dichiarato di non essere entrato in quell'ufficio prima dell'accesso che avrebbe portato alla scoperta del cadavere». Infine, i giudici d'appello si soffermano sulla «lettura unitaria della vicenda» proposta dal pm durante il processo di primo grado. Ricostruì il pm -dicono in sostanza i giudici della corte di assise di appello - che il portiere Vanacore, avendo trovato socchiusa la porta degli uffici di via Poma era entrato, aveva trovato il cadavere e, invece di chiamare la polizia, aveva cercato di contattare telefonicamente i «possibili personaggi di rilievo» interessati alla vicenda (direttore e il presidente dell'Aiag ma anche i datori di lavoro di Simonetta), lasciando l'agendina Lavazza sulla scrivania di lavoro della ragazza; quindi era uscito chiudendo la porta a chiave utilizzando le chiavi che si trovavano appese allo stipite della porta d'ingresso degli uffici.
«Il primo giudice - si legge nella sentenza d'appello - ritenne questa ricostruzione suggestiva, plausibile, ma, ovviamente, non provata, e concluse per la sua sostanziale irrilevanza, attesa l'acclarata responsabilità di Busco. L'impossibilità di addivenire in questa sede a una tranquillante certezza in ordine alla responsabilità di Raniero Busco ripropone, rendendoli ancora più inquietanti, gli interrogativi sopra evidenziati». 

Fonte: Leggo

Pino Nicotri, "Emanuela Orlandi. La verità"



La riapertura del caso di Emanuela Orlandi, con l’indagine a carico di Don Piero Vergari, sembra gettare nuove ombre su un’inchiesta tutt’altro che chiusa. Pino Nicotri fa il punto della situazione dopo le scottanti notizie di questi ultimi giorni e si riaprono le pagine del suo libro "Emanuela Orlandi. La verità" (Dalai editore).
Nel caso di Emanuela Orlandi ci sono stati vari elementi che fanno capire che si tratta di una brutta storia, come tutti la conosciamo.
Anche in questo caso, come spesso emerge dalle cronache, lo zio materno Mario Meneguzzi è stato sospettato dai magistrati. Mentre un giorno si trovava con l’agente del Sisde Giulio Gange, amico di famiglia al quale era stato chiesto aiuto per capire cosa fosse successo, l’agente da bravo poliziotto si accorge che lo zio è seguito da una macchina, quindi lo avverte salvo poi scoprire che si trattava di un’auto della polizia. Per quale motivo lo zio era pedinato? Anche se i sospetti si sono poi rivelati infondati, senza conseguenze a suo carico, non sarebbe stato male proseguire le indagini che erano iniziate a carico del Meneguzzi. In particolare, l’avvio delle indagini pare fosse partito in seguito all’ascolto di una registrazione di una conversazione telefonica tra lo zio e quelli che si spacciavano per i rapitori della nipote, in cui il Meneguzzi parla quasi senza coinvolgimento o pathos, cosa che aveva colpito molto i magistrati.

Ma il dato curioso e molto indicativo per Nicotri è che a lanciare il primo allarme per la scomparsa di Emanuela sia stato Papa Wojtyla in persona. Emanuela scompare il 22 giugno 1983 di sera, e i magistrati e gli inquirenti sono inizialmente convinti che si tratti di una scappatella amorosa o dettata dalla noia (in Italia ogni anno migliaia di minorenni scappano da casa, salvo poi per fortuna ritornano quasi tutti; quell’anno nel Lazio c’erano stati una settantina di casi simili). Improvvisamente il Papa la domenica del 3 luglio durante la preghiera dell’Angelus lancia un appello a coloro i quali abbiano una qualche responsabilità nel mancato rientro a casa della giovane Emanuela Orlandi. La cosa straordinaria è che il Papa è il primo che adombra un sequestro. Il Papa lo fa senza motivo, non c’era nulla che facesse sospettare, i genitori stessi sono stati presi alla sprovvista da quell’appello, racconta il papà di Emanuela, Ercole Orlandi. Ancor più alla sprovvista sono stati presi gli inquirenti e i magistrati.
A questo punto l’autore chiede una riflessione: se Emanuela fosse stata davvero rapita, come il Papa ha dato ad intendere, cosa avrebbero fatto i rapitori una volta che il Papa lancia questa notizia terribile che ovviamente avrebbe scatenato polizia, carabinieri e servizi segreti non solo italiani, come in effetti è successo? Cosa avrebbero fatto i rapitori in questo caso, sapendo di non avere più scampo? O si sarebbero liberati dell’ostaggio lasciandolo andare o eliminandolo.
Come è noto Emanuela Orlandi non è mai tornata a casa. Possiamo allora pensare che il Papa abbia scientemente fatto un atto che la condannava a morte? Non possiamo spingerci a tanto. Tanto più che il Papa ha fatto poi altri sette appelli e Pino Nicotri non vuole pensare che per un atto di buonismo il Papa abbia messo a repentaglio la giovane vita della ragazza. Quindi l’unica cosa dignitosa e rispettosa verso la figura del Papa è che già sapesse che Emanuela Orlandi non poteva avere più alcun danno da questi appelli perché ormai era morta.
Ci sono poi una serie di casi aggiuntivi sbalorditivi. Che il Vaticano sapesse lo ha dimostrato Monsignor Francesco Salerno, che a quell’epoca si occupava del denaro del Vaticano. Monsignor Salerno interrogato dai magistrati italiani testimonia per iscritto che gli risultava che la segreteria di stato del Vaticano avesse un dossier probabilmente risolutivo sul caso Orlandi.
Esiste anche un’intercettazione telefonica dell’autotelefono che possedeva l’ingegnere Raul Bonarelli, vice capo della vigilanza del Vaticano (quindi non terrorista turco, lupo grigio o banda della Magliana), in cui il giorno prima di essere interrogato come testimone dai magistrati riceve una telefonata dal Vaticano da parte di Monsignor Bertani, Cappellano di Sua Santità. Monsignor Bertani "consiglia" all’ingegnere di mentire alla deposizione che dovrà sostenere. Cosa che segnala che qualcosa da nascondere c’era… Oltre a Monsignor Bertani, attorno al Papa circolavano strani personaggi, tra cui il suo segretario, il Vescovo irlandese Magee (spedito poi a fare il Primate d’Irlanda ha dovuto dimettersi perché per anni aveva coperto i preti pedofili nella Chiesa).
Altra cosa clamorosa che Nicotri scopre scrivendo il libro è che per chiedere di poter interrogare cittadini di uno Stato estero dal Parlamento italiano partono le cosiddette rogatorie internazionali. Rogatorie che quindi partivano per chiedere al Vaticano di poter interrogare alcuni cardinali sul caso Orlandi. Il responsabile dell’Ufficio legale del parlamento Italiano nella figura di colui che spediva le rogatorie internazionali per gli interrogatori era l’avvocato Gianluigi Marroni. Dal Vaticano qualcuno rispondeva negando il permesso agli interrogatori. Chi era questa figura che rispondeva negativamente? Era lo stesso Gianluigi Marrone che andava in Vaticano, si sedeva sulla poltrona di giudice unico del Vaticano (incarico concessogli allora da Nilde Iotti) e rispondeva alle sue stesse richieste di interrogatorio.
Chi era poi nell’Ufficio Legale del Parlamento Italiano una delle segretarie di Gianluigi Marroni? Natalina Orlandi, una sorella di Emanuela Orlandi. La stessa Natalina costretta a tacere, a non reclamare mai pubblicamente perché il suo datore di lavoro si mandava delle richieste di interrogatorio a cui, una volta in Vaticano, negava l’autorizzazione al tentativo dei magistrati italiani di vederci chiaro sulla scomparsa della sorella.
Insomma, Nicotri dimostra in diciotto punti la responsabilità del Vaticano non si sa se nella scomparsa di Emanuela Orlandi, ma sicuramente nel non voler far sapere cosa sia accaduto. Non si mente, non si tace per venticinque anni così accanitamente per proteggere una guardia svizzera per esempio, ma qualcosa di ben più grave ad un livello più elevato deve per forza essere successo.
           
Il libro.
I colpi di scena e le piste si susseguono a ritmo crescente, ma il tentativo di addossare la scomparsa di Emanuela Orlandi alla cosiddetta banda della Magliana, e in particolare al suo asserito capo Enrico De Pedis è ormai crollato. Fragorosamente crollato, ove per fragore si intende non solo quello dei mass media improvvisamente scatenati come una muta di cani da caccia sulla preda, ma anche quello dei martelli pneumatici che hanno praticamente demolito i sotterranei della basilica romana di S. Apollinare alla assurda ricerca dei resti della Orlandi come fossero la famosa “"pietra verde". Martelli pneumatici il cui ossessivo baccano pareva l’esplosione della rabbia non dei magistrati, che sapevano bene non avrebbero trovato nulla, ma dei telespettatori da curva sud che confondono l’uomo De Pedis  con la figura del Dandy, il cinico protagonista di Romanzo criminale in versione libro, film e serie televisiva.
Il tentativo di cambiare improvvisamente canovaccio e far passare per stupratore e assassino don Piero Vergari, l’ex rettore della basilica di S. Apollinare nei cui sotterranei De Pedis dorme il sonno eterno, è un boccone per palati grossi e amanti del macabro. Ma soprattutto destinato a chi è facilmente infiammabile in un’epoca in cui la Chiesa è sommersa dagli scandali per i troppi pedofili nel suo clero.
In nessun Paese civile sarebbe stato permesso che un programma televisivo, in questo caso "Chi l’ha visto?", potesse montare una campagna scandalistica durata ben sette anni basandosi su una telefonata anonima, del settembre 2005, supportata man mano da “supertestimoni”, prove e ricostruzioni fasulle. E in nessun Paese civile la magistratura si sarebbe arresa a una tale campagna fino a violare un intero cimitero antico posto, come costume non solo a Roma, nei sotterranei di una chiesa. "Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare", ha detto per telefono nel 2005 l’anonimo di "Chi l’ha visto?". La magistratura è andata "a vedere chi è sepolto nella cripta", De Pedis ovviamente, ma "la soluzione del caso" non c'è. Quella telefonata oltre che anonima era anche bugiarda. Come del resto anche le ultime "clamorose rivelazioni".

Fonte: Panorama.it 

CINA, TERRORE PER IL CANE MUTANTE. "È UN ESPERIMENTO GENETICO"


Uno strano animale sta terrorizzando gli abitanti di un paesino della provincia di Henan, in Cina. Di piccole dimensioni, l'animale ha dei particolari ciuffi di pelo bianco sulla testa e la coda e una pelle rosa con chiazze scure. «È un esperimento genetico» gridano i cittadini di Xinxiang, situata vicino ad alcuni centri in cui vengono effettuate ricerche su alcune specie animali. Dai laboratori hanno subito smentito: «Si tratta di una rara razza di cane, molto costosa e ricercata».

Fonte: Leggo



Droga tra gli aiuti per il sisma



Un tesoro di cocaina purissima nascosto tra i dispositivi medici destinati ai terremotati dell’Emilia Romagna. È quanto hanno scoperto i carabinieri del Nas di Genova in un container arrivato al terminal Europa del Vte di Voltri.
La droga, 12 chili, per un valore di oltre un milione di euro, era stipata tra cannule, provette, aghi per le flebo, bisturi monouso e camici per l’angioplastica destinati proprio ad una ditta colpita dal sisma. Secondo il Nas che ha operato con gli agenti delle Dogane con ogni probabilità i trafficanti di droga avevano scelto quel carico, partito dalla Repubblica Domenicana nei giorni successivi alla prima forte scossa, perché convinti della scarsità di controlli nelle zone del sisma.
Il loro disegno è stato però sventato da carabinieri ed agenti delle dogane che hanno controllato quel container sospetto ed hanno scoperto lo stupefacente. Le attenzioni dei militari si sono concentrate sul fatto che questo genere di prodotti medici arrivava non dalla Cina come avviene solitamente per questi traffici ma dal Centro America. Situazione questa per loro sospetta.
Gli stessi carabinieri hanno avviato nei giorni scorsi, in collaborazione con l’Agenzia delle Dogane, un protocollo di controllo dei carichi di prodotti medici in arrivo nel porto di Genova. Ora il Nas sta cercando di risalire a chi era diretto l’ingente quantitativo di droga. Si sospetta che non ci sia nessun coinvolgimento né dell’azienda emiliana che ha ordinato il carico né dello spedizioniere. La droga con una percentuale di purezza di quasi il cento per cento e quindi in grado di rendere il triplo nella vendita al dettaglio era divisa in panetti marcati «Lacoste».

Fonte: Il Secolo XIX